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Nuova trappola in manovra: mazzata sulla seconda casa

Non è una stangata alla Monti e Letta, ma è senza dubbio una cattiva notizia per i proprietari di immobili.

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Nella legge di stabilità c’è, di fatto, un aumento delle imposte sugli immobili. O meglio, la conferma di un aumento che sarebbe scaduto nel 2017.

È all’articolo 10 della legge di Bilancio, quello il cui titolo è «proroga del blocco aumenti aliquote 2017». Nella seconda parte la norma prevede che «per il 2017, i comuni che hanno deliberato» la maggiorazione dell’aliquota dello 0,8 per mille di Imu e Tasi, «possono continuare a mantenere, con espressa deliberazione del consiglio comunale, la stessa maggiorazione confermata per il 2017».

Dietro la formulazione un po’ criptica c’è una storia molto italiana. Il governo Letta con la sua ultima legge di Stabilità diede ai sindaci la possibilità di aumentare ulteriormente Imu e Tasi fino allo 0,8 per mille. Ritocchino, si disse allora, temporaneo e solo per finalità sociali. I comuni che l’applicavano avrebbero dovuto stanziare una «corrispondente» riduzione dell’imposta per i proprietari di prime case, che allora pagavano Imu e Tasi. Inutile dire che pochissimi lo fecero e che i più si limitarono a fare cassa con le entrate extra.

Con la sua prima legge di Stabilità, Renzi confermò l’addizionale, nonostante avesse abolito Imu e Tasi sulle prime case e quindi, fosse caduta definitivamente la motivazione «sociale» della norme. Con l’ultima legge di bilancio il bis, che deluderà chi sperava – e magari aveva fatto i conti del 2017 – contando sulla riduzione dell’aliquota comunale.

Una decisione «iniqua», spiega il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa, perché «si premiano i comuni che non hanno utilizzato la maggiorazione secondo lo scopo per cui era nata. Poi perché si favoriscono i comuni che hanno applicato la maggiorazione, penalizzando quelli che non l’hanno applicata».

Una decisione marginale, si dirà. Ma che ha effetti che vanno oltre il blocco delle aliquote sbandierato nelle slide dal governo, visto che «la stragrande maggioranza dei comuni ha già le aliquote al massimo». L’addizionale porta l’aliquota massima dal 10,6 all’11,4 per mille. Non è un’imposta nazionale, ma quando fu introdotta Confedilizia stimò che per i contribuenti la stangata comunale potesse valere due miliardi di euro. Poi un’altra pecca: «Colpisce il settore che sta soffrendo di più, che è quello dell’affitto, sia abitativo sia non abitativo».

Ogni tentativo di riportare l’addizionale al suo ruolo delle origini, cioè finanziare sgravi sulla casa, si è infranto. Ci provò Daniele Capezzone con un emendamento quando fu approvata l’addizionale. A vuoto i tentativi di non fare confermare la tassa ai tempi della prima finanziaria di Renzi. Difficile succeda qualcosa ora, visti tagli e gli equilibri molto precari delle finanze degli enti locali.

Gli spazi per modifiche della legge di Bilancio saranno in generale pochi. La manovra è approdata sabato in Parlamento. La commissione Bilancio della Camera avvierà l’esame il 2 novembre con la verifica del contenuto proprio del disegno di legge. E non sono escluse bocciature. La commissione deve scremare la manovra da leggi ordinamentali, cioè che non toccano i conti dello stato.

La partita con Bruxelles è ancora aperta, ma il clima è migliorato dopo il vertice tra il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e il commissario agli Affari economici Moscovici. Dopo il referendum i giochi si riapriranno.

 

 

Fonte: ilgiornale.it

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